Festival Connexxion a Savona: la fragilità come risorsa
Connexxion è un festival di arte contemporanea, giunto nel 2026 alla quarta edizione, che trova spazio nel centro di Savona, specificatamente nell'ex carcere di Sant’Agostino, un edificio con una storia molto particolare. Nato intorno al 1350 come convento agostiniano, fu trasformato in carcere nel 1807 durante il periodo napoleonico. Rimase aperto fino al 2016-2017 e oggi è un luogo dedicato alla cultura e alle mostre.
La posizione del carcere è molto strategica, si trova infatti nel cuore della città e un tempo i detenuti se necessario venivano spostati attraverso le strade, visibili a tutti e in questo modo il carcere diventava anche un mezzo di controllo e di minaccia, esponendo ai cittadini un “modello da non seguire”. Nello stesso tempo era importante che il carcere fosse facilmente raggiungibile dai parenti dei detenuti.
Tra gli elementi più interessanti del carcere ci sono le scritte sulle pareti, lasciate dai detenuti negli anni. Parole, date e simboli trasformano le mura in un archivio della memoria, permettendo di sentire la presenza di chi ha vissuto lì dentro.
Dal cortile del carcere, dove una volta c'era una Chiesa (poi smantellata) è visibile un grattacielo di epoca fascista (vedi foto) che veniva usufruito da familiari, amici e altre conoscenze dei detenuti per comunicare durante l'ora d'aria

Nel carcere c'erano spazi dedicati all’assistenza sanitaria, anche se con il tempo la loro funzione è cambiata. Dalle testimonianze si capisce che in certi periodi l’assistenza non era come in un ospedale moderno: il personale medico non era sempre presente e spesso erano le guardie a somministrare i farmaci. In casi gravi veniva chiamato il 118, e alcune testimonianze rivelano che i detenuti erano in condizioni molto difficili.
C’era anche una sezione per le donne, nella parte bassa dell’edificio. Era molto piccola: alcune testimonianze parlano di tre stanze, con un massimo di 9-12 detenute. Le celle davano direttamente sul cortile: aprire la porta significava uscire all’esterno, e questo rendeva i locali molto freddi in inverno.
Le guide riportano alcune testimonianze che parlano di una gestione complessa delle donne per questioni relazionali e caratteriali tra le detenute, ma si tratta di opinioni personali di chi ha lavorato nel carcere, non di una caratteristica delle detenute. Poi gli spazi della sezione femminile vennero usati per altri detenuti.
| Redazione all'entrata del carcere |
Tra gli elementi più interessanti del carcere ci sono le scritte sulle pareti, lasciate dai detenuti negli anni. Parole, date e simboli trasformano le mura in un archivio della memoria, permettendo di sentire la presenza di chi ha vissuto lì dentro.
Dal cortile del carcere, dove una volta c'era una Chiesa (poi smantellata) è visibile un grattacielo di epoca fascista (vedi foto) che veniva usufruito da familiari, amici e altre conoscenze dei detenuti per comunicare durante l'ora d'aria
Grattacielo Leon Pancaldo visto dal cortile del carcere
Nel carcere c'erano spazi dedicati all’assistenza sanitaria, anche se con il tempo la loro funzione è cambiata. Dalle testimonianze si capisce che in certi periodi l’assistenza non era come in un ospedale moderno: il personale medico non era sempre presente e spesso erano le guardie a somministrare i farmaci. In casi gravi veniva chiamato il 118, e alcune testimonianze rivelano che i detenuti erano in condizioni molto difficili.
C’era anche una sezione per le donne, nella parte bassa dell’edificio. Era molto piccola: alcune testimonianze parlano di tre stanze, con un massimo di 9-12 detenute. Le celle davano direttamente sul cortile: aprire la porta significava uscire all’esterno, e questo rendeva i locali molto freddi in inverno.
Le guide riportano alcune testimonianze che parlano di una gestione complessa delle donne per questioni relazionali e caratteriali tra le detenute, ma si tratta di opinioni personali di chi ha lavorato nel carcere, non di una caratteristica delle detenute. Poi gli spazi della sezione femminile vennero usati per altri detenuti.
Il percorso espositivo contemporaneo della mostra CONNEXXION collega questa storia con il tema della fragilità umana. L'Ekleettico ha potuto visitare la mostra con la guida di Luca Carlevarino e con l'introduzione della curatrice Livia Savorelli. "Le opere parlano di corpo, di dolore, di memoria e di cambiamento - ci spiegano - l’immagine dell’occhio è molto ricorrente e fa riferimento alla sorveglianza del carcere. Gli specchi giocano con questa idea: il visitatore non guarda solo, ma può sentire di essere osservato".
L'Ekleettico e Luca Carlevarino durante la visita
Andare all’ex carcere di Sant’Agostino significa entrare in un posto in cui la storia dell’edificio e l’arte contemporanea si uniscono, trasformando un luogo di chiusura in un luogo di ricordo e riflessione sull’umanità.
In ogni cella si trova un'installazione di un artista diverso, ogni volta che si varca una porta si cambia dimensione. Abbiamo raccolto qualche foto di esempio.
>>> Per saperne di più sull'opera di Luca Carlevarino, ex prof di grafica di Battistine, volate a leggere l'articolo dedicato.
In ogni cella si trova un'installazione di un artista diverso, ogni volta che si varca una porta si cambia dimensione. Abbiamo raccolto qualche foto di esempio.
Fatima Ibrahimi, Germogli di una natura postuma
Vainglory, di Max Magaldi, nella cappella del carcere
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| Vista dal corridoio delle celle/sale espositive |
>>> Per saperne di più sull'opera di Luca Carlevarino, ex prof di grafica di Battistine, volate a leggere l'articolo dedicato.
Martin Palozzi e Mattia Terrazzoni



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