Melma e memoria digitale, Carlevarino a Connexxion 2026

Luca Carlevarino davanti alla porta della sua "cella" 
 - Luca Carlevarino, nato a Savona nel 2001, è un giovane ricercatore artistico e insegnante. La sua ricerca si concentra su come memoria, tecnologia, ecologia e mondo non umano si intrecciano. 
L'opera ARCHIVIO (al piano di sotto) presentata nella quarta edizione del Festival Connexxion, dal titolo Elegia della fragilità, curata da Livia Savorelli, tratta una questione attuale. Che cosa vuol dire conservare memoria nell'epoca dell'accumulo digitale? Il progetto nasce dall'esplorazione dei ricordi d'infanzia custoditi su vecchi dispositivi elettronici. In questa ricerca, Carlevarino trova file danneggiati, dati sovraccaricati e archivi che continuano ad accumularsi.

Da qui nasce una riflessione sul digital hoarding, cioè la tendenza a conservare quantità eccessive di materiali digitali, anche quando questi hanno perso la loro utilità. Ma il lavoro va oltre, interrogandosi sulla possibilità che esistano forme di memoria differenti da quella umana.

Entra così in gioco la melma policefala, un organismo capace di conservare tracce delle proprie esperienze senza possedere un cervello.
L'installazione, ospitata nell'ex Carcere Sant'Agostino di Savona, comprende un video, sei manifesti e alcuni corpi gelatinosi che custodiscono oggetti personali dei detenuti e frammenti del carcere.

Particolarmente significativa è la scelta dello spazio. "Al piano superiore ho scoperto un locale abbandonato - spiega Carlevarino - chiamato Archivio. Il vuoto di Archivio diventa un elemento concettuale del progetto: Archivio non è solo ciò che conserva, ma anche ciò che manca, ciò che si perde e ciò che non può più essere recuperato".

La memoria, in questa prospettiva, non appare come un deposito immobile, ma come qualcosa di vivo, fragile e soggetto a trasformazioni.

Particolare di ARCHIVIO (al piano di sotto)

Secondo noi, il paradosso dell'archiviazione digitale è che conserviamo sempre più informazioni, ma la loro sopravvivenza non è affatto garantita. La quantità di dati non coincide necessariamente con la durata della memoria.

La ricerca di Luca Carlevarino confronta la memoria fisica e la memoria digitale, pensando alla fragilità dei nostri archivi personali. Questo confronto ci fa riflettere sulla nostra dipendenza dalla tecnologia. Un tempo affidavamo i nostri ricordi a fotografie stampate, lettere, diari... Questi, pur danneggiandosi nel tempo, conservavano una presenza concreta e potevano essere ritrovati anche dopo molti anni. Oggi, invece, gran parte della nostra memoria è salvata in archivi digitali, piattaforme come Google Drive o iCloud.

Dettaglio del lavandino
Accumuliamo migliaia di immagini, video e documenti, convinti che resteranno disponibili per sempre, ma dietro questa sicurezza si nasconde il rischio di perdere tutto: basta un problema tecnico, una cancellazione per sbaglio o la perdita delle credenziali di accesso del tuo account. Il paradosso è che non abbiamo mai conservato così tanto, ma la quantità di ciò che archiviamo non garantisce la sopravvivenza dei nostri ricordi.
Attraverso la sua opera, Carlevarino ci invita a riflettere sul rapporto tra memoria, materia e tecnologia, mettendo in discussione l'illusione che archiviare significhi necessariamente preservare. 
La memoria, fisica o digitale, rimane qualcosa di fragile, esposta al tempo, alla perdita e all'oblio.

Martin Palozzi e Mattia Terrazzoni

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