Un'immagine da Gaza
Il protagonista è il dolore, onnipotente, onnipresente, attuale.
Ormai quasi normale, quasi insignificante.Nelle intersezione delle diagonali, al centro, ci sono le mani, mani che avvolgono in modo innocente, che capiscono tutto e non capiscono niente.
È lo sguardo di un bambino, il cui volto è avvolto, coperto dalle lacrime.
Non si gira dall'altra parte, compatisce il dolore soffocante di un funerale.
Mani forti che abbracciano la debolezza, la rassegnazione, lo sconcerto. Mani tese che tendono verso l'amore.
È freddo, sullo sfondo sguardi coperti dai cappucci, senza speranza, arrabbiati, rassegnati.
Non c'è nulla se non la relazione e il contatto con le persone. Perché in fondo è proprio questo che ci rende vivi, quando si pensa che non ci sia nulla in cui sperare.
È amore reciproco . È la vicinanza.
È la concezione di non essere soli che ci fa rimanere in vita.
Khan Younis, Striscia di Gaza, 14 gennaio 2026
Julia Veneruso
Foto: Abed Rahim Khatib, Anadolu/Getty, pubblicata su Internazionale, 23 gennaio 2026 • Numero 1649

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