Parole che dobbiamo ascoltare: il disagio giovanile raccontato dai giovani

Le voci dei ragazzi, che riflettono sul disagio giovanile dopo la visione del film 40 secondi, meritano di essere ascoltate. Dai coetanei, ma soprattutto dagli adulti, che non possono non sentirsi coinvolti. L'Ekleettico riceve e pubblica volentieri gli splendidi lavori di questi giovanissimi autori della 1C, coordinati dal prof. Gatti. 

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Spesso gli adulti dicono che l’adolescenza sia l’età più bella; dal mio punto di vista sembra  che a volte sia la più difficile. Si parla tanto di noi, ma raramente ci si chiede come stiamo veramente. 

Il disagio giovanile è un senso di vuoto che molti proviamo guardando il soffitto di camera nostra o scorrendo le storie su Instagram, sentendoci sempre meno degli altri.

Ill film “4o secondi”, a parer mio, è stato molto pesante da guardare, perché racconta proprio il disagio giovanile. Ci sono voluti solo 40 secondi per porre fine alla vita di un povero ragazzo che voleva aiutare un suo amico. Credo che il problema principale oggi sia che dobbiamo sempre sembrare perfetti. A scuola dobbiamo avere bei voti, nello sport dobbiamo vincere e sui social dobbiamo postare solo foto dove siamo belli e felici. Se un giorno sei triste o ti senti sbagliato ti sembra di non avere il diritto di dirlo.Abbiamo paura di essere giudicati , di apparire deboli. Così preferiamo chiuderci in un silenzio che però, piano piano, ci consuma dentro.

Vedo che molti coetanei si rifugiano nel proprio telefono  proprio perché la realtà fa paura. Ma il telefono non ti abbraccia né ti ascolta davvero. Il film ci insegna che dietro ad un sorriso forzato o ad un silenzio può esserci una tempesta.

Gli adulti sono sempre presi dal lavoro e dai problemi e a volte non vedono ciò che sta succedendo realmente.

Elisabetta Molina

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Dopo aver visto il film “40 secondi” al cinema con la classe non provo soltanto rabbia e dolore: sento un vuoto, un interrogativo più grande. Che tipo di società permette che tra i giovani la violenza diventi spettacolo e la gentilezza appaia una debolezza?

Quando accadono tragedie come quella raccontata nel film, la reazione immediata è dividere il mondo in buoni e cattivi. Credo sia naturale. Ma fermarsi qui non basta. Condannare il gesto è necessario, ma capire perché nasce quella rabbia è l’unico modo per impedirle di ripetersi.

Molti giovani oggi crescono in un ambiente che celebra la forza e deride la delicatezza. La violenza diventa applauso (specialmente sui social) è un modo per sentirsi qualcuno. E chi cerca di fare la cosa giusta, di proteggere gli altri, rischia di essere ignorato o deriso. I violenti non nascono cattivi, ma spesso non hanno trovato alternative: nessuno li ascolta, nessuno li guida, così imparano a misurare il valore di una persona dai pugni e dalla paura che sa instillare.

Non credo che dovremmo guardare solo alle vittime, ma anche a quei ragazzi che, in assenza di modelli migliori, scelgono la violenza. Il cuore è spesso vuoto. Il loro mondo privo di riferimenti, eppure non sono irreparabili. La rabbia nasce dalla solitudine, dal bisogno disperato di esistere in una società che non insegna il rispetto, ma premia la forza.

Willy, invece, è l’esempio opposto: un ragazzo che non volta lo sguardo, che interviene per proteggere chi non può difendersi: può sembrare un gesto piccolo, silenzioso, eppure è potente. Dimostra che il coraggio non sta nella violenza, ma nella capacità di scegliere il bene, anche quando costa.

La domanda che mi sono posto alla fine è questa: vogliamo continuare a celebrare i prepotenti e ignorare chi tende la mano? Oppure vogliamo insegnare ai giovani che il vero valore sta nella gentilezza, nella solidarietà, nel rispetto dell’altro?
Perché una società che applaude chi alza il pugno continuerà a produrre rabbia e miseria sociale.
Ma una società che mostra la strada del coraggio e della protezione può ancora crescere persone capaci di scegliere ciò che è giusto, onde nel caos.
E forse, proprio da qui bisogna ripartire: dalla cura degli ultimi, dalla comprensione di chi soffre dentro e dalla forza di chi osa fare il passo giusto quando tutti gli altri voltano lo sguardo.

Gabriel Termopoli

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Dopo aver visto il film “40 secondi” al cinema e averne discusso con la classe ho iniziato a riflettere su alcuni aspetti della società odierna  e su come spesso i giovani vivano situazioni difficili senza essere davvero compresi dagli adulti. Il film mostra alcune realtà che possono sembrare lontane, ma che in fondo fanno parte  della vita di tutti i giorni. 

Una cosa che mi ha colpito molto del film sono le azioni di Lorenzo, anche il personaggio in sé; nel film si era tatuato il nome del figlio, un gesto che dovrebbe dimostrare amore e senso di responsabilità, invece, nonostante questo, egli tradisce la sua ragazza, compie azioni criminali e un omicidio. Questa cosa mi ha fatto riflettere molto, perché dimostra che a volte le persone fanno gesti molto grandi e simbolici, ma poi nei fatti non si comportano allo stesso modo. Penso che oggi, nella nostra società, alcune cose vengono prese troppo alla leggera.

Le relazioni iniziano troppo velocemente e finiscono altrettanto velocemente. A volte sembra che contino l’apparenza o il momento più dei sentimenti veri. Personalmente penso che che l’amore e il rispetto siano cose importanti che non dovrebbero essere trattate con superficialità; se ami qualcuno dovresti dimostrarlo con il comportamento, non solo a parole o con gesti inutili.

Il fatto che Lorenzo abbia tatuato il nome del figlio mi fa pensare proprio a questo: a volte facciamo cose visibili, ma non riusciamo ad essere coerenti con le azioni.

Crescere significa anche imparare ad essere sinceri, rispettare gli altri e capire che le nostre azioni possono far stare male qualcuno. Nella nostra società si parla spesso di amore, ma a volte si dimentica il valore della fiducia e del rispetto.

Se vogliamo parlare di disagio giovanile, un altro aspetto importante che riguarda i giovani è la pressione della scuola. Gli insegnanti e i genitori vogliono che gli studenti “vadano bene”, studino e ottengano buoni risultati: comprensibile, perché la scuola è importante per il nostro futuro, però a volte le aspettative diventano troppo alte e alcuni ragazzi si sentono schiacciati da questa pressione. Anche da come alcuni insegnanti si rivolgono agli studenti, quando gli errori o i difetti vengono fatti notare davanti a tutta la classe, anche se si parla in generale, loro si sentono chiamati in causa e provano vergogna.

Non sentirsi compresi dagli adulti è un problema che noi giovani soffriamo molto. Genitori e insegnanti  a volte pensano che i problemi dei ragazzi siano piccoli o esagerati, però, per un adolescente certe situazioni possono essere davvero pesanti.

Per questo, ritengo che gli adulti potrebbero iniziare ad ascoltare più a fondo il mondo giovanile per aiutarci a sentirci meno soli e ad affrontare le difficoltà con meno ansia e più sicurezza.

Samanta Meta


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