Per non subire violenza: intervista alle operatrici del centro
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| Storie di donne, alcuni titoli in vetrina al Libraccio |
Veniamo accolti dalla volontaria Linda, nella sala biblioteca Margherita Ferro (storica femminista genovese).
Ci sediamo lungo il perimetro della stanza. La luce calda del pomeriggio rende tale posto accogliente, ma non cancella la percezione di muri intrisi di tanta sofferenza.
Linda ci presenta altre donne che lavorano per l’UDI e brevemente racconta la storia della sede di via Cairoli e del Centro Per Non Subire Violenza nato negli anni '80 da cui è poi nato questo spazio, come i tanti diffusi nel territorio nazionale.
Ma di cosa si occupa realmente questo Centro?
Bruna, una delle operatrici, presenta i diversi servizi offerti alle donne che chiedono aiuto e decidono di uscire da situazioni di maltrattamento: telefono per richiesta di aiuto, spazio riservato per colloqui, sssistenza legale, casa rifugio protetta, gruppi genitorialità, gruppi cambiamento e sportello lavoro.
Abbiamo tante curiosità e domande, alcune già pensate, altre che nascono proprio dentro la sala, stimolate dalle testimonianze delle volontarie.
Siamo interessati alla storia delle volontarie e chiediamo come ciascuna di loro sia approdata al Centro per non subire violenza e cosa le abbia spinte ad impegnarsi e lavorare in questo contesto.
"Nasco come volontaria - ci dice Romina - poi mi sono specializzata e ho studiato. Ho studiato per mettermi in ascolto e per lottare insieme alle donne. Da oltre 20 anni mi occupo dello sportello e, in particolare, ricorderò per sempre la prima telefonata ricevuta. Le prime volte rispondere al telefono non è stato semplice. Dall'altra parte della cornetta una donna piangeva, io attendevo insieme a lei, poi i singhiozzi si fermarono. Mi disse che in fondo lui aveva ragione ad averla picchiata: lei non gli aveva portato le ciabatte. Ho imparato che è molto difficile, seppur necessario stare fuori dal giudizio”.
Le parole di altri - in questo caso degli uomini - diventano prigione dell’identità autentica nascosta della vittima. Diventano un vortice opprimente per cui si fa fatica a distinguere tra ciò che è giusto da quello che non lo è.
La violenza si nutre del silenzio. Ma anche delle parole.
Monica parlando con le persone sentiva sempre una disparità tra maschio e femmina. Anche lei inizia 20 anni fa al Centro; ha iniziato facendo il tirocinio come counselor, poi come volontaria ed ora è dipendente.
Sentiva l’esigenza di fare qualcosa con le donne e per le donne. "Facciamo politica delle donne. Noi le accompagniamo, le sosteniamo. Le donne ti mettono in mano la propria vita. Ci si capisce, c’è una chimica positiva tra donna e donna. Incontrare una donna – per me – è come ricevere un pacchetto fasciato davanti a sé, aprirlo senza sapere cosa si troverà dentro. Faccio politica accompagnandole”.
Anche l'esperienza di Paola, psicologa, inizia da volontaria: "mi sono avvicinata al Centro nel periodo universitario, ero inconsapevole, non sapevo molto sulla violenza subita dalle donne, anche se poi mi sono appassionata e ora sono psicologa al Centro da quasi 20 anni. Ricordo che dopo qualche anno di lavoro qui è riemerso un ricorso della mia adolescenza: negli anni '90 a Genova, una mia compagna di liceo era stata uccisa dal suo ragazzo. Non si parlò molto di questo. Ora per fortuna se ne parla di più. La violenza mi era passata vicino, ma l’avevo dimenticata, anche se forse qualcosa mi ha lasciato, forse anche per questo sono approdata qui”.
Di sicuro una cosa accomuna le volontarie, sono un gruppo mosso da un ideale, che crede in qualcosa per far sì che non ci sia violenza di genere. Ci dicono che il femminicidio nasce da tutto quello che non si vede, è solo la punta dell’iceberg, c'é molto lavoro da fare per sensibilizzare sul tema.
Linda, ad esempio, si occupa proprio di questo: conduce per il Centro progetti di formazione nelle scuole per sensibilizzare all'uguaglianza di genere e per ridurre gli stereotipi che alimentano comportamenti discriminatori e violenti. "nasco come educatrice nel centro storico genovese, con bambini e ragazzi figli di immigrati. Nel tempo ho conosciuto il centro e oggi mi muove il bisogno di essere utile al mondo femminile. E' importante ascoltare il punto di vista maschile ed è importante lavorare nelle scuole attraverso la prevenzione. Spero ci siano un giorno in futuro non così lontano meno donne che busseranno alle porte. Spero che il nostro lavoro non sarà più necessario in una società giusta”.
E' ora il turno di ascoltare la storia di Ariela. "Non ho mai assistito o subito violenza in famiglia, ma percepivo che a casa mia non c’era violenza, c’era piuttosto ingiustizia. Mio padre comandava in modo indiretto e non definito. Mia madre seguiva mio padre che andava avanti.
L’ho vissuta io stessa in una relazione tossica, senza violenza fisica. Ho iniziato come educatrice nelle case rifugio, un servizio di emergenza vera, che accoglie le donne in alberghi ad occorrenza immediata.
Quindici anni fa insieme ad altre donne ho cominciato a trasformare le storie di violenza in azione teatrale e a portarle in giro per l'Italia, un altro modo per parlare di questi temi" .
Sono presenti uomini all’interno della struttura?, domandiamo. "no, non sono presenti volontari uomini. Per scelta politica che risale al movimento femminista degli anni '60, il cui perno è un po': donne che aiutano donne. Le donne hanno condiviso lotte sociali e politiche che le hanno rese solidali su grandi temi come aborto, divorzio, violenza domestica… Si tratta di una cura femminista, da donna a donna. Le donne che vivono uno stato momentaneo di disagio, non possono essere aiutate dagli uomini, poiché per le donne che si rivolgono a noi é proprio il genere maschile ad essere la causa della loro sofferenza in quella fase della vita."
Potete accogliere anche minorenni? "Sì, ma purtroppo per i minorenni serve il consenso dei genitori. Il Centro accoglie donne dai 18 anni in su.
Cercate di parlare sempre tra voi. Vi fate da specchio. Se uno è in una relazione dove ci sono pensieri in cui non si è più sereni, si può andare a fare una chiacchierata. Potete suonare alla porta e sarete accolti.
Mi rendo conto che l’idea di un ‘centro antiviolenza’ spesso possa spaventare, ma questo è dovuto dal fatto che non lo si conosce abbastanza bene e forse dovrebbe essere così in un mondo ideale, ma con questa società non è ancora possibile"
| Grafica di Valentina Savi, tratto da una raccolta di illustrazioni contro la violenza sulle donne. |
Forse è la parola stessa ‘antiviolenza’ a spaventarci? Forse l’unica cosa che ci rimane di ‘aniviolenza’ è ‘violenza’? Spesso dalla quale vogliamo fuggire, forse perché siamo incapaci di vederla, forse perché la sottovalutiamo la riteniamo troppo inconsistente? Forse perché decidiamo noi di non porla nitidamente davanti ai nostri occhi perché è troppo grande, troppo difficile per gestirla tutta da soli, forse perché abbiamo paura di accettare di essere assediati, attorniati dalla parola violenza. E' solo una parola ed è solo l’opposto della parola amore.
La violenza si vede in piccoli gesti, nell'esigere password per il controllo dei social, della posizione, dall’esigenza delle foto o video come strumento di dimostrazione della propria innocenza. Si vede nelle parole lasciate correre…, bisogna lavorare sulla società, vedere anche e forse soprattutto il punto di vista maschile e colmarne le insicurezze che portano all’utilizzo della prevaricazione.
Come è cambiato il vostro lavoro e che cambiamenti ha prodotto in questi anni? chiediamo ancora. "Oggi viene riconosciuto più valore al loro lavoro, vengono destinati più fondi ai Centri antiviolenza e c'è una legge Codice Rosso (L. 69/2019) e la più recente L. 168/2023, che rafforzano le tutele, inaspriscono le pene (spesso ergastolo per femminicidio) e introducono misure cautelari preventive urgenti, tra cui l'obbligo di allontanamento e il monitoraggio. Viene riconosciuto il reato di femminicidio. Nonostante questi passi va detto che i costi per contrastare la violenza di genere sono di gran lunga maggiori dei quelli destinati alla prevenzione. Si pensi all' educazione sessuo-affettiva: deve essere lo Stato non il singolo professore o la singola scuola ad occuparsi di questo tema."
Quali sono le forme di violenza più comuni e frequenti nella vostra esperienza? "Per l'80% si tratta di violenza psicologica in forme varie (controllo, abbigliamento, umiliazione, svalutazione, posizione, sociale)
la violenza fisica è
30% sessuale e sempre più veicolata dalle droghe da stupro.
Una buona parte delle chiamate riportano mani al collo, sottomissione, schiaffi, sputi…"
Mentre ci congediamo chiediamo a che punto fosse la legge sul consenso . La loro risposta è precisa: di fronte alla responsabilità di liberare le donne dal sentirsi colpevoli di subire violenza, il mondo della politica, popolato da maschi e femmine, ha fatto un passo indietro.
(La proposta di legge approvata alla Camera nel novembre 2025 mira a modificare l'art. 609-bis del codice penale, introducendo il principio del «consenso libero e attuale» nella definizione di violenza sessuale, spostando il focus dalla coazione (violenza/minaccia) alla mancanza di un esplicito "sì". Si passa al modello «solo il sì è sì», riconoscendo come reato ogni atto sessuale compiuto senza consenso, indipendentemente dall'uso della forza).
A scuola bisognerebbe investire il tempo in cose veramente importanti in modo da avere una società migliore. Seguire il programma scolastico è fondamentale, ma credo che bisognerebbe integrarlo con l’attualità altrimenti si rischia di vedere la scuola come una cosa a sé stante dalla realtà.
La percezione che ho avuto è che ogni volontaria avesse sentito una rabbia repressa, un senso di ingiustizia che l'ha portata a combattere prima di tutto per sé stessa e poi per le donne.
Perché sono mosse tutte da “un ideale” quello della donna libera, perché in fondo queste sono delle grandi donne con la D maiuscola.
Julia Veneruso


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